8
capita a volte che mi svegli la mattina e non mi senta in grado di parlare;
è quando ho passato qualche giornata più serena che mi spaventa di più,
quando l’indomani mi sveglio ed è come se quella contentezza non fosse mai esistita
di solito la prima cosa che faccio quando mi sveglio è mettere su il caffè, quando poi lo verso, doso le sigarette che lo accompagneranno ad ogni sorso, per ogni sorso una quantità di tiri
e di solito ascolto musica, con le cuffie o senza, dipende da quanto il rumore fuori mi sembra interferire; spesso le uso, quelle che cancellano il rumore, così se c’è tanto traffico fuori non lo sento, non sento il rumore della gente per strada, o il vento, le foglie, o la pioggia se sta piovendo, nemmeno gli uccellini
forse lo faccio per non farmi influenzare da cosa c’è fuori al di là del vetro, per proteggere il mio umore se è buono
altre volte non mi importa, né della musica né del rumore, come se fossero la stessa cosa, e non mi accompagna più la mia amata musica a cominciare la giornata
credo di averla iniziata ad odiare e a trovarla insignificante quando nella mia giornata non c’è più stato nulla da cominciare, o magari qualcosa da cominciare c’era, ma sapevo già di non farlo, così abbandonarmi alla delusione in partenza mi è sembrata la cosa più sensata; stavo per dire “giusta”, è una parola che uso spesso legata al concetto de “la cosa giusta”, senza neanche mettermi in discussione un attimo la sputo fuori come a dire “sto nel giusto!” “la ragione è della mia parte”
ma voglio cambiare questa abitudine, riferirmi a un qualcosa come “sensato”, senza connotazione di giudizio, non ti dice se è giusto o sbagliato, solo che segue un ragionamento, ha un senso, una logica, anche sbagliata
quando dopo alcune giornate serene mi sveglio impassibile alla musica mi spavento, e il caffè lo bevo con lo stomaco annodato, le sigarette le fumo per non perdere quel rito ma mi danno la nausea, il fumo mi si accumula nella gola e si espande da solo, non mi fa differenza dopo respirare o buttare fuori il fumo
decido di non pensare a come mi sento, di aspettare che passi da sé, consapevole di sprecare una giornata ad aspettare
ma arriva la sera, e il sollievo no
mi divora l’angoscia, la paura di non riuscire ad addormentarmi, il terrore di restarmene al buio da sola a pensare
io non so più piangere
non riesco a farlo uscire
mi inghiotte qualcosa ogni minuto che passa,
spero di addormentarmi il prima possibile. È solo quando dormo che non lo sento, non sogno, non mi ricordo. E visto che dormo, non so com’è non sentirlo, cosa si prova.
Poi però mi sveglio alle quattro del pomeriggio e mi sento una fallita. Vorrei piangere, ne ho bisogno, deve uscire
ma ancora, non ci riesco.
Non importa neppure che la giornata sia più breve così, perché quelle ore invece si dilatano quasi a torturarmi
Arriva di nuovo la sera e di nuovo ho paura, di non riuscire a dormire, di dormire in sé, e di svegliarmi la mattina dopo di nuovo così.
Senza capire, sono due mesi che cerco la riposta al perché, perché non sto vivendo? perché è capitato? è colpa mia? ho sbagliato? o ho qualcosa che non va come dovrebbe? come torno indietro? come ne esco?
ma delle risposte ho paura, come ho paura di mostrarmi per quella che sono adesso, ho paura di incrociare lo sguardo di qualcuno, anche il mio
ho paura di posare gli occhi sulla mia pelle e la mia carne quando mi costringo a lavarmi anche se quello che vorrei fare è darmi fuoco, perché ho paura di covare ancora più odio per me stessa, e di vomitare per il disgusto.
ho paura di dire davvero a qualcuno che mi serve aiuto, che da sola non sono mai stata capace, ammettere di avere dei bisogni mi terrorizza
ho paura di dire a mia madre che mi sento sola e vorrei un abbraccio perché il rancore verso il passato si è trasformato in un muro, non voglio farmi toccare da chi mi ha ferita, non voglio niente da chi mi ha ferita, neanche l’amore
che vorrebbe tanto darmi
ho paura di non sapere dove andare perché vorrei non dovere essere da nessuna parte
non so piangere e non so impegnarmi a chiedere aiuto, ci provo sempre per metà e dopo qualche tempo lascio perdere
ma non abbandono la terapia perché penso sia inutile, è che credo di essere io quella senza speranza
non sono i terapeuti che mi deludono, è la situazione, mi deludo e mi sento delusa,
come se tradissero la mia fiducia, come se la fiducia me l’avessero prima data e poi buttata perché tutto si ripete uguale, anche se parlo per un’ora con uno sconosciuto ogni tanto
l’ultimo terapeuta che ho lasciato mi ha detto che sono infantile
forse ha ragione, forse sono ancora una bambina e mi comporto come tale
da bambina ero già così, delusa, nella mia testa, avevo paura del buio, aspettavo il mattino dopo, di svegliarmi contenta e non con l’ansia davanti ai cartoni
e la paura di fallire
o di aver già fallito
so per certo che non volevo diventare come i miei genitori, e di sicuro non sarà così
sono il risultato ben peggiore della somma dei miei genitori
ho il potenziale ma non ancora l’innesco finale, spero non scoppi mai
da mio padre ho preso la rabbia, l’irascibilità, il non saper ascoltare le ragioni altrui, il credere di poter fare tutto da solo, la fierezza, la voce che si impone sopra le altre quando si litiga, il silenzio, il rancore, l’attrazione verso le cose che stordiscono, il senso di vuoto, il disprezzo, la vergogna, l’odio verso se stessi
da mia madre ho preso la tristezza, la paura di muoversi, l’ansia e l’agitazione, il sentire sempre l’arrivo di una catastrofe, l’emotività non sana ma impulsiva, il vittimismo, il colpevolismo, l’egoismo, l’attrazione verso i rapporti tossici, verso il dolore, il romanticismo ossessivo, l’idealizzazione, il dolore, tutto il dolore.
la somma di questo e altro
lo sento quando lui ricomincia a bere e mi delude, mi fa ribrezzo, si odia e sa che lo odio e mi disprezza per questo, e mi spezza il cuore vederlo accasciato per terra e mi fa sentire piccola e mi fa venire voglia di bucarmi con l’eroina e non provare niente mai più finché il mio corpo non collasserà,
e me lo fa provare per giorni, per notti, ossessivamente, il desiderio di farlo, inchiodato nella testa, per fargli vedere chi può fare peggio di chi
comunque se c’è qualcosa che disprezzo, odio di me, ancor di più di questi tempi, è dargli ancora la colpa
a loro e non a me
o sono anche un’ipocrita del cazzo?
odio che il modo in cui vivo si metta in mezzo ad ogni cosa
agli affetti, ai doveri, alla volontà, ai sogni e alle aspirazioni soprattutto
odio diventare saltuariamente solo ciò che di me detesto, che cerco di rinnegare ogni giorno quando i periodi sono quelli buoni e ho la forza brutale di farlo, quando ho il controllo sulle mie azioni e le mie parole e su quello che posso respirare, bere, mangiare
odio diventare questa specie di mostro pronto ad inghiottire ogni bel ricordo e sensazione
mi punisce e mi nega le belle occasioni, perché così come sono non le merito, dovrei vergognarmi, allontanarmi, espiare tutto prima di avere il permesso, ricevere la grazia
odio dare così tanta importanza alla mia vita, come se fosse la peggiore, come se non avessi tanto, ingrata
quando il mondo è quello che è, accade quello che accade, io invece ho paura di rimanere bloccata nella mia testa
e mi sento in colpa, verso tutti
2015
Non capivo davvero cosa stessi facendo. Sapevo dov’ero, mi rendevo conto delle quattro mura che mi circondavano, della finestra protetta da una sorta di plexiglass dall’interno e le grate di metallo fuori, la scrivania davanti a me, l’odore asettico di alcol e detersivo industriale, odore di ospedale. Mi rendevo conto anche di chi mi stava guardando, un uomo robusto, con i capelli bianchi, gli occhiali piccoli, un uomo che con mia grande sfacciataggine consideravo vecchio. La porta era aperta. Non mi stava parlando, emetteva solo dei terribili suoni, si sentiva solamente l’eco del suo fiato pesante, andava a tempo alterno col ticchettio dell’orologio affisso alla parete. Aspettava che parlassi io per prima, lo odiavo, odiavo lui e la sua sfida, odiavo averlo immaginato in un modo diverso da come era, più serioso, autorevole, più spigoloso e arcigno. Invece aveva una faccia da imbecille, un sorriso da bambino, di quelli arricciati all’insù, bocca troppo piccola per la sua età. Quegli occhi da pesce, da idiota inebetito, da ingenuo giullare, annacquati e grigi, si accigliavano al più piccolo nervo teso che accennavo a muovere. La soddisfazione che stava provando nel vedermi reticente a conversare mi faceva arrabbiare, così ho iniziato a parlare. La porta era aperta.
Non ricordo nulla di quello che ci siamo detti, solo di averlo affrontato con sarcasmo, strafottenza, sfida, mi sembrò tutto surreale, l’ironia di una situazione che non potevo credere di star vivendo realmente. Non era la realtà, non era vero, non ero lì e non stava succedendo. La porta era aperta. Quello non era uno psichiatra, non ero in ospedale, non stava decidendo in quell’esatta mezz’ora cosa ne sarebbe stato di me. Gli stavo simpatica, rideva alle mie battute, sputate per ferirlo ma anche per impressionarlo, fargli capire che ero arguta, più sveglia di così, più sveglia di quel posto, che non era il mio, non avevo nulla in comune con quel mondo e quelle persone. Volevo piacergli però, volevo pensasse che ero intelligente, e una tipa tosta. Ero convinta ci fosse sempre un pubblico da impressionare, per cui performare. La porta era aperta.
Ho percorso il corridoio che riportava all’ascensore, cercando di non sbirciare alla mia sinistra, una porta a vetri blindata, si apriva solo con un telecomando, aveva l’allarme e suonava ogni volta che rimaneva aperta più del necessario, ovvero il tempo “giusto” per essere attraversata da una persona. Dietro quella porta iniziava il reparto di neuropsichiatria.
L’ascensore era protetto da una massiccia porta di metallo chiusa a chiave. Qualcuno è venuto ad aprirla per permettermi di andarmene.
Fuori dall’ospedale un sole talmente bianco, mi fece disorientare.
La porta me l’hanno aperta, e si è richiusa dietro di me. Non potevo ancora sapere come sarebbe stato guardarla per mesi senza che si aprisse, era sempre lì immobile sempre la stessa, ma era come se celasse dei segreti, magari fuori il mondo stava cambiando nel frattempo, e per sicurezza eravamo lì protetti, i pazienti ed io, che mi sentivo più in pericolo che mai, più alienata, a contatto con il dolore degli altri, i loro modi di farci i conti, i fantasmi di chi diceva di vederli; Allegra per esempio, Allegra vedeva Dio e vedeva i santi, altre volte il diavolo, tutto di lei era affascinante; non parlava molto, e se ti parlava lo faceva guardando il vuoto, come se gli altri che la circondavano fossero anche loro voci della sua testa. Sua mamma faceva la pianista, suonava per le orchestre, solo suo padre veniva a trovarla ogni tanto, scortato e con l’auto blu. Allegra mi sembrava tanto speciale, parlava con Dio e il diavolo e tutti gli altri, probabilmente era schizofrenica non l’ho mai saputo con certezza, comunque neanche lei lo sapeva.
La stanza era piccola e un po’ scura, le pareti erano rosse sbiadite. Era tutto vecchio.
Il letto fissato al pavimento, per ogni gamba del letto una fascia.L’aria era pesante come la porta fredda di ferro, aveva la finestrella.
Vetro infrangibile, plexiglass, grata, plexiglass, non ci potevi guardare dalla finestra.
Mi hanno preso pure il dentifricio, lo shampoo, tutto, toccato ogni paio di mutande. Neanche me ne ero accorta di quando avevo perso la dignità.
Mi passavano i giorni davanti agli occhi come un proiettore che mandava avanti un nastro pieno di tagli e spillature. La mattina ero sul sedile posteriore della macchina di mio padre, ma mi sembrava di dormire ancora, l’aria brillava tutt’attorno. Faceva molto caldo quel giorno, Roma ad agosto è come un deserto, o più un’oasi allucinata, senti l’asfissia, dei rumori ovattati ogni tanto, motorini in sordina, netturbini, qualche vecchio col cappello, per il resto c’è solo polvere che si alza dalle strade.
E adesso quelle luci bianche al neon sul soffitto, mi fanno fare il giro turistico del posto. Infermeria, sala da pranzo in comune, sala lettura in comune, sala cinema comune, stanze comuni, bagni comuni, docce comuni, tutto comune, porta blindata telecomandata ed è finito, sta tutto lì, tutta la vita è lì. Tutto plasticoso tutto finto e tutto chiuso sotto quei neon bianchi e pure tremolanti, di quelli che ti fanno venire il mal di testa o i tic nervosi. L’unica luce vera che potevi scorgere dal corridoio era quella del terrazzino, ma ci potevi uscire solo accompagnato. Fuori c’erano Tina, una paziente, Nathalie, anche lei, e due infermiere. Una aveva i capelli platino e la pelle arancione, raggrinzita e squamata da anni di sole e mare, si capiva da lontano un chilometro il tipo, burina cafona e saccente, se non l’avessi vista lì e in divisa bianca avrei detto pensionata con la casa a Torvajanica. Infatti si chiamava Lory, odorava di sale. Fumavano tutte e quattro al sole, incollate alle sedie, non riuscivo a fare a meno di guardarle e di guardare il fumo volteggiare intorno a loro, alle loro dita, come anelli. Le trovavo belle, e trovavo bella quella scena, ma io non ero pronta.